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Domino’s a Roma, crescere e morire come Kevin McCallister

Domino’s è a Roma: il colosso americano della pizza (o quello che è) sta consolidando la sua presenza in Italia, e non abbiamo resistito alla curiosità di metterlo alla prova.

Vi ricordate del piccolo Kevin? Sì, quello che dimenticato a casa da una mamma e un papà genitori dell’anno forever accoglieva in casa due bizzarri topi da appartamento a suon di trappole letali?

Ecco, se avete chiaro di cosa stiamo parlando:

  1. ve state a fa vecchi eh?,
  2. vi sarà chiaro che il pargolo amava la pizza: alla vigilia del giorno che vedrà tutta la famiglia imbarcarsi per Parigi lasciando il biondissimo ragazzetto impersonato da Macaulay Culkin (prima della droga) da solo a Chicago, una scena la ritrae impegnata in un pizza-party pre-viaggio.

Piccolo inciso nostalgico-sociologico-critico: quanto eravamo innocenti? Quanto ci bevevamo tutte le bufalazze poco accurate dettate dalle esigenze di doppiaggio? Quanto a lungo abbiamo creduto che negli USA la pizza più richiesta fosse “quella coi peperoni” anziché una pepperoni, e che trauma è stato scoprire che la criptica “pizza al formaggio” tanto ostentata nei film altro non fosse che una normalissima margherita?

Eh sì, perché la cheese pizza è la margherita, e la pepperoni non è fatta con i peperoni, ma con un salamino piccante che si chiama così perché, quando i calabresi e i lucani emigrarono negli USA, portarono con sé i salami della tradizione prodotti con peperoncini o peperoni cruschi. Fu così che, nella Babele di dialetti italiani (meridionali, ma anche veneti e del Centro) che si veniva a creare in quegli anni nelle Little Italy americane – imbastardendosi peraltro nel corso di accanite fornicazioni con un inglese maccheronico – da “salame coi peperoni” questi prodotti passarono ad essere indicati come “salami peperoni”, ed infine semplicemente come, appunto, pepperoni.

E se state scoprendo l’arcano solo ora (mind: blown), beh, non è mai troppo tardi.

Ma torniamo alla festa dei McCallister: le cena a suon di pizze e Pepsi, mentre il terrore di dormire col cugino piscione Fuller ci invade e quel brutto ceffo di Buzz ci bullizza in POV, è servita dalla catena di pizzerie immaginaria Little Nero’s.

Per quanto sia ispirata a un’azienda precisa, per l’esattezza a Little Caesar’s, Little Nero’s è divenuta pompata dal cinema una sorta di archetipo della NYC slice a domicilio; idea iperuranica della pie all’americana che riunisce in sé gli aspetti delle principali catene di pizza delivery USA: queste sono, oltre appunto a Little Caesar’s, terza nel Paese per volume d’affari, Pizza Hut (prima) e Domino’s.

Si tratta di tre nomi pressapoco sovrapponibili per offerta, distribuzione e posizionamento; con la differenza che mentre Little Caesar’s da noi forse non arriverà mai, e Pizza Hut se la sta vedendo abbastanza brutta a livello di business, costretta a chiudere un gran numero di ristoranti in giro per il mondo, Domino’s è sbarcata sul nobile suolo patrio degli Ausoni già nel 2015; con nove punti vendita inaugurati in Lombardia.

Recentissime, invece, sono le aperture di Domino’s a Roma; coincise peraltro con un momento delicato per il gruppo dovuto a questioni di cambi al vertice: lo storico CEO Alessandro Lazzaroni ha lasciato a Dicembre l’azienda, che aveva contribuito a portare in Italia, per imbracciare la posizione di general manager del capitolo nazionale di Burger King.

Dal momento che questo colossale monumento storico del turbocapitalismo alimentare tutto agroindustria e ciccionerie è venuto a trovarci, potevamo noi, figli dei tardi anni Ottanta e della moviolistica caduta dell’Impero, resistere alla tentazione di approfittarne? Ovviamente no.

Ecco quindi com’è Domino’s a Roma e cosa dovete aspettarvi.

Domino’s Roma: i ristoranti, e cosa offrono

Al momento sono tre i locali Domino’s a Roma: uno sulla Tuscolana, uno a Portonaccio, uno in zona Marconi/Oderisi da Gubbio, per la precisione in via Cardano (è questo il punto vendita che abbiamo visitato).

Il posizionamento suburbano c’è, insomma: l’aria di povertà che fa subito squattrinato a Brooklyn, o barbone a San Francisco, ed invita a godere dell’esperienza immersiva Domino’s; è accentuata da una generale impressione di caos (dovuta ovviamente anche al fatto che i locali non siano agibili per il consumo in loco causa Covid) evidenziata da una pila di strappi di carta assorbente abbandonata davanti all’ingresso.

Dentro il posto è come lo immaginate: ossia come una qualsiasi traduzione del template fast food applicata al tema pizza. Lavagne luminose con descrizione dei piatti, personale in divisa e colori sociali (rosso, azzurro, bianco: piacere subliminale per la mia estrazione catanese) spiattellati ovunque sia possibile.

Le pizze sono divise nelle sezioni “Pizze d’autore” con ingredienti DOP e IGP (no grazie, se avessi voluto mangiare gorgonzola e radicchio sarei andato altrove), “Pizze premium” supercondite, alcune marchiate con un logo Domino’s Legend che contrassegna le variante inevitabilmente più mmeregane ad alto tasso di porcheria – yum, “Pizze easy” (e ancora, no, se avessi desiderato una margherita l’avrei presa da… Ehi… Aspetta, c’è scritto “diavola” lì?)

Eh sì: SACRILEGIO. La pizza col salamino si chiama Diavola e non Pepperoni, così al momento di ordinare ci metto cinque minuti a far capire cosa ho scelto. “Voglio una pepperoni” Ma la Pepperoni Passion con scamorza e jalapeños? “NO DIO SANTO, PEPPERONI, E BASTA, MA COSA VI INSEGNANO IN QUESTA BENEDETTA FORMAZIONE ALLA DOMINO’S ACADEMY, MARGHERITA COL SALAME” – Aaaaah! La Diavola! E vabbè, la diavola. Però con impasto Pan Pizza.

Sì perché l’impasto si può personalizzare: a scelta può essere classico, ossia “all’italiana” in stile NYC, Pan Pizza, ossia soffice e cotta in teglia con sei litri d’olio, secondo un modello simile per certi versi al padellino torinese e al trancio milanese, oppure CHEESY CRUST, morbida e rigonfia con cornicione farcito – e trabordante – di non meglio identificato formaggio filante.

È possibile, ovviamente, costruire la propria pizza come meglio si crede; senza che nessun gastronomo ponga veti ai vostri abbinamenti improponibili: sono inoltre presenti in menu un tot di opzioni di pollo e patate fritte, e i mitici cheesy bread (sorta di fagotti d’impasto farciti con trigliceridi à gogo, in forma di formaggio ed eventuali ingredienti accessori).

Forse non è pizza, però qualcosa è: com’è il cibo di Domino’s

Raccolto il mio ordine da asporto, inforco il fido Volkswagen T-Cross Sansone, le pizze fumanti sedute al mio fianco come una fidanzatina al primo appuntamento, finestrini chiusi per tenere la temperatura. Volo verso casa: dai cartoni esala un afrore vagamente alcolico e inebriante, che puzza di peccato e sotto sotto un po’ pure di tintura tossica.

I messaggi sulle scatole sono affidati a un insolito lingo anglo-italiano tipo In The Panchine. Tralascio però le questioni di comunicazione perché si mangia: ecco cosa, e com’è.

Ho ordinato, oltre alla Pan Pizza Pepperoni Diavola, una pizza con impasto classico e condimenti “Mexican“, ed una Cheesy Crust Honolulu Hawaiian.

Pan Pizza Diavola

Ingredienti: pomodoro – che Dominos tiene a farci sapere “100% italiano”, mozzarella, salamino piccante pepperoni

Impressioni: le grandi aspettative su questa pizza – sia sulla specifica tipologia di impasto/cottura sia sul condimento, il classico per eccellenza – sono state disilluse amaramente. L’impasto è sì focaccioso, spugnoso e morbido, ma forse pure troppo: manca infatti un po’ di crosta esterna, di crispiness a bilanciare la morbidezza interna, che dà a tratti una spiacevole sensazione di crudo. L’unto abbondantissimo lascia tracce copiose sul cartone ed in effetti si ferma allo strato più esterno del disco senza penetrare l’impasto, e pertanto senza generare il peculiare effetto “fritto” tipico della pan pizza, ad esempio, di Pizza Hut (ma anche del trancio trash di Spontini).

Lato condimenti, il pomodoro italiano si rivela un po’ troppo italiano, scavalcando il gusto degli altri ingredienti (anche in virtù della distribuzione in uno strato spesso e decisamente abbondante) e tramortendoli con un’acidità tranciante. Per restituire filologicamente il senso esotico/etnico che ha mangiare a Roma una pizza di Domino’s, perché di esperienza esotica si tratta, e non di alternativa ad una pizza come la comunemente la intendiamo, sarebbe servito forse invece un pomodoro completamente non italiano – e cioè a dire, completamente non pomodoro. Formaggio poco filante di cui permane visibile la forma della fetta mal sciolta, salamino croccante ed industriale al punto giusto.

Voto: 4,5/10

Impasto classico Mexican

Ingredienti: pomodoro 100% italiano, mozzarella, salame piccante, hamburger di manzo sbriciolato, jalapeños sotto aceto, cipolla, nachos di mais

Impressioni: mentre l’impasto, piuttosto asciutto e gommoso, risulta forse il peggiore delle tre varianti, la pizza nel complesso si salva: i topping della Mexican sono dotati di gusti caratterizzanti che è possibile scorgere distintamente mentre si mangia, ed apportano ciascuno una qualche feature peculiare all’equilibrio complessivo. In particolare l’hamburger, stranamente non rinsecchito, aggiunge una sensazione di glutammato che inumidisce il palato, i jalapeños in conserva quel sapore stentoreo e piccantino di sintetico q.b. ed aceto d’alcole. Il tocco di classe sta però nell’uso delle tortilla chips che contribuiscono il tipico sentore di caucciù del mais lavorato, perfetto nel contesto, ed un crunch azzeccato e sorprendente. Pro tip per Domino’s: aggiungete dei fagioli.

Voto: 6,5/10

Cheesy Crust Honolulu Hawaiian

Ingredienti: pomodoro, mozzarella, prosciutto cotto, scamorza affumicata, bacon, ananas, peperoni.

Impressioni: eccoci qua, aa pizza co ll’ananasse scelta un po’ per provocazione, un po’ per spirito di ricerca si rivela la migliore del trio. Diversa nel concetto e nella realizzazione al punto giusto per incarnare il tipo di ideale di ristorazione che Domino’s deve rappresentare, ed i motivi per cui dovrebbe essere scelto (al posto, ripetiamo, non di una qualsiasi altra pizza all’italiana; ma considerato alla stregua di prodotto da fast food e alimento etnico che sia espressione di precise condizioni storiche, antropologiche e socioeconomiche), la Honolulu Hawaiian su base cheesy crust strappa la palma di pizza migliore della degustazione di Domino’s Roma.

L’impasto cheesy crust, analogo al classico ma steso in una circonferenza più ridotta e quindi di spessore maggiore, nonché dopato all’interno dei bordi con dosi massicce di formaggio X a pasta filata, riesce a mantenere maggiore morbidezza e umidità scongiurando l’effetto gomma. Lo string cheese impiegato per il ripieno del “cornicione” – mi perdonino i napoletani se usurpo il termine in un contesto tanto inusuale – quando si strappa un brandello di pizza si allunga con notevole resistenza elastica, resiste tenacemente alla trazione, poi si stacca con uno snap quasi udibile. E i condimenti? Rispondo adesso a un interrogativo che lacera sia l’Italia che, ormai, gli USA vittime di un benpensantismo gastronomico di ritorno: PINEAPPLE DOES BELONG ON PIZZA. Gli ingredienti si rincorrono e si completano in una girandola di dolce, acido, grasso, affumicato, di nuovo dolce, vegetale, fresco, corroborato dalla suinità dello strabordare caseario, dall’equilibrio inatteso. Quasi gourmet.

Voto: 8/10

Bacon&Onions Cheesy Bread

Ingredienti: formaggio, bacon, cipolle stufate

Impressioni: menu item fuori concorso, il cheesy bread con bacon e cipolle si sottrae in qualche modo all’estetica esotica di Domino’s per approdare a spiagge gustative più nostrane. Il fagotto di impasto tirato sottile, e avvolto attorno a una farcitura di mozzarella, cipolle stufate morbide, pancetta affumicata sa quasi di casa, un po’ come se fosse un rustico del Sud Italia, un panuozzo, una scacciata, una cipollina. Semplice, gustoso e d’effetto: se me lo avessero somministrato alla cieca spacciandolo per un prodotto tipico di rosticceria, ci sarei cascato. Forse

Voto: fuori scala

Mamma, ho perso l’aereo: mi sono smarrito a Marconi

Finito di consumare il fiero pasto, si sente rinfrancata la mia parte infantile, felice di aver riafferrato il sogno americano che ci hanno infilato giù per la gola per trent’anni come ad oche da ingrassare. Sta tranquilla anche l’anima da aficionado di pizza: le produzioni di qualità non possono essere minacciate anche se posti come Domino’s, anche a Roma, crescono; ché è un prodotto diverso quello che propongono rispetto alle lunghe maturazioni dei pizza chef quotati, alle invenzioni d’alta cucina usate per condire, alle tradizioni campane. Un po’ meno tranquillo sta meno il mio intestino, che dopo che ho accantonato l’integralismo gastronomico slow degli anni universitari, e la coscienza che mi spingeva a soffrire ogni volta che cedevo alle lusinghe dell’industria alimentare, è rimasto da solo a ricordarmi che troppo cibo spazzatura fa male.

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