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Le frappe di Ostia: due “chiacchiere” sull’hype

Le frappe “di Ostia” della Pasticceria Simona scatenano un seguito folle, con masse di clienti pronte a fare ore di fila per accaparrarsi un kilo di preziosi dolcetti di Carnevale. Hype inspiegabile, o con alle spalle un prodotto che lo giustifica?

Il mito che si crea intorno ad alcuni locali o ad alcuni specifici prodotti, con un seguito cieco e fedelissimo di clienti pronti ad attraversare distanze considerevoli e ad affrontare file oceaniche solo per avere un assaggio, è la pietra filosofale di ogni marketer.

In ambito gastronomico, costruire attorno ai propri prodotti una reputazione tanto solida e prestigiosa che assicuri di vendere l’intera produzione, senza il rischio di trovarsi a fine giornata con gli avanzi sul groppone, è una sorta di assicurazione dura a morire sull’attività.

Eppure, se si cerca di indagare sulle origini di certi fenomeni per scoprire come si siano venuti a creare, ci si scontra sovente con banchi di nebbia.

Anche i diretti interessati – ossia i fortunati ristoratori/produttori coinvolti in questo genere di accadimenti – se interrogati sul tema spesso non potranno che fare spallucce; cercando di capire loro stessi cosa abbiano fatto di particolarmente giusto per trasformare il frutto del loro onesto lavoro in una sorta di Graal.

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Le “frappe di Ostia”, in questo senso, sono un caso emblematico: la pasticceria Simona – “dal 1982“, scrivono nel logo – è un buchetto in una zona residenziale di Ostia, decentrata di qualche centinaio di metri rispetto al reggaeton e ai lounge bar per bori del lungomare.

Se ci andate in questo periodo, troverete fuori dalla porta file oceaniche di residenti muniti di biglietto eliminacode, vetrine letteralmente murate da pile interminabili di chiacchiere, e dentro due signore che paciosamente preparano vassoi su vassoi, lasciando che i numerini sul display a LED scorrano molto lentamente, chiuse in una bolla serafica che non permette che la coda all’esterno, sempre più lunga, possa turbare il ritmo sartoriale del loro lavoro.

Sono venuto a sapere dell’esistenza di questo posto da un post social di Flavio de Maio, che prima che ristoratore è curioso gastronomo. La Pasticceria Simona, pare, apre al pubblico solo in questo periodo dell’anno, e produce solo – o quasi – frappe e castagnole, i dolci di Carnevale.

Così siccome anch’io sono curioso, e gastronomo pure, ho voluto scoprire i segreti di questa meta cercando di capire se la sua straordinaria fama sia da ricondurre al prodotto, a fattori esterni, o a entrambi.

Le ragioni dell’hype

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Prendo un numero tirando la linguetta dell’eliminacode, è il 36. Il monitor, invece, segna 97… La fila è varia e variopinta, animata da residenti, romani in gita al mare, ragazzi in bicicletta e tenuta da trekking, canetti.

Per scorrere le 39 persone in attesa davanti a me, ci vorrà un’ora e venti minuti. Nel frattempo si abita la quiete paesana del piazzone qualunque, prendendo un caffè in un baretto poco lontano, fumando sigarette, dando uno sguardo alle canne e ai mulinelli in vetrina nell’adiacente negozio di pesca.

Si fa qualche chiacchiera occasionale con gli altri esploratori in attesa. Emerge una prima possibile ragione della fama di questo posto: la dimensione sociale e rituale dell’esperienza. Il fatto che ci si trovi insieme a perfetti sconosciuti a vivere un non-luogo, accomunati solo dalla medesima missione e da un’analoga aspettativa, agevola le connessioni e la comunicazione; rendendo anche il nulla dell’attesa un qualcosa attorno al quale ronzare, godendosi il tempo ed il sole.

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Ma questo è solo un effetto della fama già conclamata: alla radice della celebrità delle frappe di Ostia ci deve essere altro, un motore primigenio che, prima che la folla religiosa decidesse di stazionare qui davanti dando luogo a simili dinamiche cultistiche, deve averle fornito un buon motivo per farlo.

Procedendo da questo, pervengo ad una seconda, verosimile ragione che ha scatenato la fama di questo prodotto: la sua scarsità.

La peculiare decisione di aprire la pasticceria al pubblico solo in Febbraio, di per sé, è indicativa: le frappe di Ostia sono un prodotto reperibile solo entro una ristrettissima finestra temporale. Inoltre se andrete fino a Ostia “in stagione”, mentre la pasticceria è in funzione, e affronterete con successo la fila dimostrando di essere meritevoli, potrete portarvi via al massimo 1kg di prodotto; come è scritto a chiare lettere sulla vetrina. Limited quantity? Devo averlo subito!

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Pensiamoci bene, però: che le frappe si trovino solo a Febbraio è vero anche per qualsiasi altra pasticceria.

Il prodotto è legato alla liturgia carnascialesca, e nessuno frigge più chiacchiere una volta che il periodo di insanità si conclude brutalmente con l’inizio della Quaresima… Anche in questo caso, però, la Pasticceria Simona ha fatto una scelta di campo indiscutibile; ossia quella di legarsi a doppio filo a questa specifica preparazione.

Che l’apertura del locale coincida con la stagione del Carnevale funge da statement inequivocabile: fare le frappe è la nostra specialità, quando non è più periodo, allora chiudiamo. Questa forma di iper-identificazione con il prodotto risulta essere una molla irresistibile per la psiche collettiva: lo specialista di qualcosa è necessariamente il più bravo nel suo campo, non pensiamo forse così?

Infine, giusto per non lasciare nulla all’interpretazione, sui suoi incarti lo scrive, la Pasticceria Simona: “SPECIALITÀ FRAPPE“. Nel caso non l’aveste capito, insomma: ecco quindi la terza leva che muove l’hype delle frappe di Ostia, quella della specializzazione.

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Aggiungiamo a queste tre ragioni il fatto che Ostia, per i romani, sia inevitabilmente una meta di un certo, ermetico esotismo, che richiede un viaggio e un sacrificio (per chi vive a Roma, uscire dalla città è sempre un sacrificio; indipendentemente dalla distanza che viene percorsa); e aggiungiamo la segretezza della meta: “conosco un posto, a Ostia, che fa le frappe più buone del mondo!”.

Aggiungete che questa segretezza diventi in genere, immediatamente dopo che si è lanciato l’amo, confidenza e quindi passaparola; ed avrete un quadro piuttosto completo di come una singolare attività, come quella della Pasticceria Simona, possa costruirsi una reputazione ed un seguito affezionato oltre ogni aspettativa.

Ma ancora manca qualcosa: prima della specializzazione, prima del passaparola, prima che il primo romano di Montesacro svelasse l’esistenza di questo posto a suo suocero di Tomba di Nerone, qualcosa ci doveva essere. Come ha fatto la Pasticceria Simona a fare innamorare il primo cliente delle sue frappe? In altre parole, com’è il prodotto, e soprattutto vale l’hype che ha scatenato?

Come sono le frappe di Ostia

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Il numero sul display è il 36: mezzo kg di frappe sia con che senza miele, divise in due vassoi. E un sacchettino di castagnole, per favore. Chiedo alla signora Simona in persona cos’hanno di speciale le sue frappe, ma prima che possa rispondere interviene la cliente numero 37, che occupa il posto al banco a fianco a me: “Hanno una ricetta che non ha nessuno! Sono friabilissime, nessuno le fa così. E a me le frappe nemmanco mi piacciono!“.

Nel frattempo Simona mi svela che da quest’anno apriranno tutto l’anno, e non più solo a Febbraio. Pago, ringrazio, esco. Nella strada verso la spiaggia pesco due castagnole dal sacchetto: sembrano molto asciutte. Spingo una pallina in bocca e rimango stupefatto dalla consistenza, asciutta sì, ma sabbiosa, friabilissima, che alla minima pressione si sfalda in bocca in una consistenza quasi polverosa da zucchero semolato, poi in un attimo si impasta in una sorta di crema; corroborata da un cuore umido di liquore (pare una mistura di limoncello e rum).

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Mentre cammino verso il lungomare, in bocca si amplificano sensazioni tenui di spezia, etiliche, di frittura ben fatta, di uova e farina, di profumi indistinguibili di pasticceria che si gonfiano ad ogni respiro. Tempo di vedere le prime onde, e le dieci castagnole racchiuse nel sacchetto sono finite. Sono senza dubbio le più buone mai mangiate.

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Seduto su un tronco scarto il vassoio: sotto l’involucro ci sono, impilate come mattoncini, una decina di frappe; con il miele o senza. Hanno una forma peculiare, ripiegate su se stesse più volte fino a ottenere una sorta di millefoglie dalla base grossolanamente quadrata. Su tutte si registra una nevicata abbondantissima di zucchero a velo, dagli angoli delle piegoline di alcune stilla miele dorato come linfa da un albero ferito.

Il morso affonda sopra e sotto la mattonella, sollevando uno sbuffo di polvere bianca, incidendo in successione quasi simultanea i cinque o sei fogli che la compongono. Lo scricchiolio dei denti che attraversano l’impasto risulta pressoché in un fruscio, la grassezza calibrata con la farinosità, l’equilibrio degli ingredienti annulla qualsiasi impressione di unto lasciando spazio a una notevole soddisfazione sia in termini di gusto che di sensazione boccale. Le note salmastre dalla riva del lido penetrano le narici con un risultato singolare.

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La sovrabbondanza in alcuni punti di zucchero a velo appesantisce un po’ l’esperienza sia in termini tattili che gustativi: se vedete che in un punto c’è un mucchietto bianco, però, potete agevolmente soffiarci sopra. Considerazioni analoghe si possono fare sul miele, che pur se ben dosato penalizza la friabilità delle sfoglie fritte rispetto alla versione “base”.

Ogni frappa finita invita senza indugi a un nuovo inizio: se sia nel suo genere il prodotto migliore mai provato non lo so, ma si tratta di una preparazione eccellente, originale e dotata di forte personalità.

Mi chiedo se tornerei, se esaurita la spinta della curiosità riverrei ad Ostia a fare la fila per prenderne altre: mi rispondo che probabilmente no, non perché il prodotto non sia valido, ma perché forse due ore della mia vita le investirei per una birra rarissima, un grande ristorante, un pop-up di Five Guys – e non per delle pur ottime frappe.

Ma penso anche che è una bella giornata di sole, e sono venuto per rilassarmi al mare. Ripenso all’attesa, alle chiacchiere in coda, a quel senso di placido nulla che facilita le connessioni umane e permette di ricavarsi due ore di sospensione dalla frenesia… Concentrandosi su nulla, scollegando i pensieri se non per spizzare con la coda dell’occhio i numerini che scorrono lenti, e godere inconsapevolmente, anima e corpo, di un rituale antropologico, religioso, tribale; e alla fine sedersi sulla spiaggia e mangiare un buon dolce. Magari tra un anno, mi dico allora, magari.

Pasticceria Simona dal 1982 – Viale delle Repubbliche Marinare 50, Ostia

Web: https://www.facebook.com/pasticceria.simona/

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